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Amnesty International: condanne ed esecuzioni capitali nel 2014

Amnesty International: condanne ed esecuzioni capitali nel 2014

Secondo i dati del Rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo, aumentano le condanne a morte (+28%) ma diminuiscono le esecuzioni (-22%).  L’organizzazione per i diritti umani denuncia l’aumento dei Paesi che hanno usato la pena di morte per contrastare minacce, presunte o reali, alla sicurezza collegate a terrorismo, criminalità o instabilità interna.

«I governi che usano la pena di morte per contrastare la criminalità – ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International – ingannano se stessi. Non c’è prova che la minaccia di un’esecuzione costituisca un deterrente più efficace rispetto a qualsiasi altra sanzione. È davvero vergognoso che così tanti Stati del mondo giochino con la vita delle persone, eseguendo condanne a morte per “terrorismo” o per venire a capo dell’instabilità interna, sulla base della falsa teoria della deterrenza».

Dal Rapporto emerge che, ancora una volta, la Cina risulta essere il Paese con il più alto numero di condanne a morte al mondo, anche se è impossibile determinare il numero esatto di condanne, poiché coperto dal segreto di stato.

Oltre alla Cina, gli altri Pesi che fanno parte dei cinque principali esecutori di condanne a morte sono, l’Iran (289 esecuzioni rese note dalle autorità e almeno 454 non riconosciute), l’Arabia Saudita (almeno 90 esecuzioni), l’Iraq (almeno 61) e gli Stati Uniti d’America (35).

Il numero delle condanne a morte registrate nel corso dell’ultimo anno è aumentato drammaticamente, passando dalle 1.925 registrate nel 2013, alle 2.466 del 2014.

In alcuni Paesi, come Arabia Saudita, Corea del Nord e Iran, i governi hanno continuato a usare la pena di morte come strumento per sopprimere il dissenso politico. Altri, hanno fatto ricorso alla pena di morte nel futile tentativo di abbattere i livelli di criminalità. Alcuni prigionieri sono stati messi a morte per una serie di atti che non dovrebbero essere neanche considerati reati, come “adulterio”, “blasfemia” e “stregoneria”.

Escludendo la Cina, lo scorso anno si sono registrate almeno 607 esecuzioni, contro le 778 del 2013. Il numero di Paesi in cui si sono eseguite le esecuzioni (22), rimane invariato rispetto all’anno precedente, ma in diminuzione rispetto al 1995 (41).

«I numeri parlano da soli – ha commentato Shetty – la pena di morte sta diventando un ricordo del passato. I pochi Paesi che ancora la usano devono guardarsi seriamente allo specchio e chiedersi se vogliono continuare a violare il diritto alla vita oppure aggiungersi all’ampia maggioranza dei paesi che hanno abbandonato questa sanzione estrema, crudele e disumana».

 Scarica il Rapporto 


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