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Buone pratiche di integrazione: tre casi studio

Buone pratiche di integrazione: tre casi studio

Sempre più frequenti sono i casi di società locali in subbuglio per l’arrivo improvviso dei richiedenti asilo nell’ambito della prima accoglienza diffusa (CARA, CAS, SPRAR). Quasi sempre le stesse amministrazioni locali sono avvisate dalle prefetture a cose fatte, nell’imminenza dell’insediamento di questi contingenti. Spesso vengono utilizzati locali alberghieri e strutture da tempo in disuso, al limite dell’agibilità, per ospitare anche numerosi individui. Sotto gli occhi delle stesse comunità coinvolte, spesso si dispiegano vere e proprie logiche di speculazione. Strutture alberghiere altrimenti inattive, soggetti gestori senza scrupoli ed unicamente interessati al profitto rappresentano casi di integrazione inesistente, talvolta ponendo le condizioni per regimi quasi-detentivi e degradanti. Questo crea scontento e opposizioni da parte delle società locali, atteggiamenti che si sommano alla “paura” che in molti la diversità suscita, paura abilmente rinfocolata e manipolata da media e forze politiche: paura della criminalità, delle malattie, dell’insicurezza, o semplicemente paura della differenza.

La realtà però testimonia che anche nei casi più critici succede che le peggiori premesse si tramutino in dinamiche positive. Sul numero 3 di WelfareOggi vengono presentati tre casi studio, esemplificativi di buone pratiche già in atto. La Cooperativa sociale Cadore, che originariamente si occupava di integrazione lavorativa di persone svantaggiate, ora opera nell’accoglienza e offre percorsi di formazione professionale per richiedenti asilo con positive ricadute sul bellunese: i migranti si formano nel campo della manutenzione del territorio, sono tutti iscritti al locale centro per l’impiego e frequentano corsi di italiano presso il CPIA. La cooperativa sociale K-pax ha messo in atto un virtuoso modello di micro-accoglienza diffusa in un territorio tendenzialmente ostile come quello della val Camonica, coinvolgendo le comunità e gli enti locali con progetti di riqualificazione turistica del territorio che coinvolgono gli stessi richiedenti asilo. L’esperienza del ristorante 11eleven at Scenario Pubblico, in Sicilia, rappresenta infine un modello per la creazione di imprenditorialità rivolto anche ai migranti e ai minori stranieri non-accompagnati: la cooperativa sociale 11eleven gestisce un ristorante-caffetteria e offre opportunità formative nel settore della ristorazione. Esistono quindi anche esempi virtuosi di accoglienza, processi deliberativi che coinvolgono cittadinanze, amministrazioni, terzo settore locale e migranti stessi.

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